F.
Una risata vi seppellirà
Una risata vi seppellirà
F. Una risata vi seppellirà è un progetto site specific per un attore, un cantante e un musicista. Lo spazio scenico è sempre e obbligatoriamente quello di un bar, di una taverna, di un foyer, insomma, di un luogo conviviale e in cui il pubblico possa entrarvi senza troppa immaginazione.
Si tratta di una riscrittura libera del Falstaff di G.Verdi e di A.Boito, dell’Enrico IV e delle Allegre Comari di Windsor di Shakespeare. Oltre ai materiali Verdiani e Shakespeariani, il testo si apre soprattutto a scritture musicali e drammaturgiche originali che creano voragini di senso verso la contemporaneità.
Trailer
Falstaff è interpretato da un cantante che, nel suo continuo apparire, scomparire e camuffarsi, è accompagnato da un attore-presentatore. L’attore incarna il personaggio del giovane Hal, il futuro re, che è anche l’istrione che col pubblico si prende gioco di Falstaff e guida la vicenda, capace di entrare e uscire dalla narrazione e diventare lui stesso storia, potere costituito.
La storia non esiste, perché Falstaff, almeno secondo un certo mondo di buon senso, non merita una storia tutta sua. Sono momenti, quelli di Falstaff, all’interno di altre vicende. Abbiamo perciò deciso di rispettare questa natura sfortunata e subalterna del personaggio e costruire una struttura in cui ogni scena è un'irruzione momentanea, uno schizzo di un cabaret sconnesso.
Lo spazio scenico è costituito principalmente da un tavolo multifunzione, allestito come fosse un finto buffet, attorno a cui i due personaggi orbitano nel corso dello spettacolo.
Falstaff chiede un altro boccale di vino. Una bionda ghiacciata, un doppio cheeseburger, un bicchiere di prosecco e poi un altro ancora, chiede un whisky dietro l’altro, una porzione di patatine fritte e poi ancora un’altra. Ma non basta. Per Falstaff l’ora dell’aperitivo non è una momentanea parentesi di svago, una pausa dal lavoro. È una festa costante, un presente compulsivo in cui i vizi fagocitano la ragione. Falstaff chiama il bar. E ll bar chiama Falstaff a creare un mondo diverso, che possa contrapporsi alla regola, al serio, al dovere. Falstaff è l’eterno subalterno, il contraltare del potere costituito, è lo spreco che guarda i vari Enrico IV succedersi sul trono in nome della guerra, e che da lì sotto esplode in una grassa risata. Graffiante e pericolosa più di ogni lotta armata. Capace forse di ribaltare le sorti di un sistema o, semplicemente, di crearne una spaccatura.
Ma forse per Falstaff ridere non è una possibilità, è una scelta forzata. Il suo corpo gigante e il suo ruolo di buffone sono una gabbia in cui lui, sempre perdente, sempre vessato, compie il consumato destino dell’uomo deriso, dell’ultimo dimenticato dalla Storia. Allora ecco che vediamo Falstaff da una prospettiva in cui non c’è nulla di dirompente o rivoluzionario. Il buffone forse è solo un servo maltrattato, un pungiball umano.
Ma neanche questo basta. La forma di Falstaff continua a cambiare fra le mani dei suoi autori, nessuno riesce a prenderlo mai del tutto e forse è questo il punto. Poiché Falstaff muta forma, si traveste e si dissolve per poi apparire da un’altra parte, in un’altra opera, sempre gigante e sempre invisibile; sta come sfumando la sua morente risata, forse è già tradita la sua promessa rivoluzionaria.
Video integrale